Sostenibilità

Pandemia, food e sostenibilità: le condizioni di un cambiamento possibile

Pubblichiamo un contributo di Andrea Casadei che riassume il suo intervento al Food & Wine Tourism Forum, ampliando ulteriormente le riflessioni sul concetto di sostenibilità.

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Pandemia, food e sostenibilità: le condizioni di un cambiamento possibile

 

Il turismo, come tutte le altre economie, ha vissuto gli ultimi 16 mesi in una sorta di bolla di sospensione, travolto dalle inevitabili conseguenze dell'abbattersi della pandemia su scala mondiale.

Per molte destinazioni, Venezia tra queste, si è improvvisamente passati dall'overtourism al ritorno del sopravvento della natura. Dalle cinque persone per metro quadro in piazza San Marco durante il Carnevale, ai delfini in Canal Grande è stato un attimo. Ed esattamente come i delfini sono stati un raro episodio, per molti si vorrebbe lo fossero anche gli effetti della pandemia: "dov'era e com'era", motto della ricostruzione del campanile marciano nel 1910, potrebbe essere un perfetto refrain per chi nel turismo di massa ha basato la propria economia finanziaria.

 

Sostenibilità invece è lo slogan di chi vorrebbe che il cambiamento del Covid diventasse un modello permanente, come se la ruota del progresso potesse fermarsi per sempre.

In fondo la sostenibilità è un concetto astratto, il cui termine viene spesso abusato per indicare un vago obiettivo generale, e spesso “buonista”, e non un punto di equilibrio tra i diversi fattori in campo. Per chi vive sul turismo di massa è insostenibile pensare a una limitazione dei flussi. Al contrario, per chi non ha alcuna connessione con il turismo, sono invece sostenibili solo i deserti visti durante il lockdown.

La sostenibilità invece dovrebbe essere un obiettivo di medio-lungo termine, che rappresenta una coerente e dinamica mediazione tra le diverse forze in campo.

 

La gestione urbanistica di un territorio non ragiona in ottica di chi guadagna e chi perde. Ragiona in ottica di armonia ed equilibrio delle forze in campo e di una perequazione del territorio, altrimenti si verificano quei fenomeni, tipici di una non gestione, della trasformazione dei centri urbani in parchi a tema non gestiti. E, in ultima analisi, in una destinazione che avendo perso i propri capisaldi non riesce più ad offrire un rapporto qualità-prezzo positivo della propria offerta.

L'impressione di chi scrive è che ancora una volta il turismo sia visto come un'industria primaria che sottostà a regole precise dettate da domanda e offerta, logistica e trasporti e non come una dinamica sociale che vede nel viaggio in sé la risultante di una serie di cause ed effetti.

 

“I viaggi sono i viaggiatori” diceva Pessoa e forse nel prossimo futuro questo diventerà lo slogan che dovrebbe adottare ogni destinazione, perché, ragionando di turismo del futuro, non si può non riflettere sui profondi cambiamenti sociali che il Covid sta lasciando nella nostra società a livello planetario, con numerosi cambiamenti che, pur non appartenendo in prima istanza all'economia del turismo, avranno ricadute in tutte le sfaccettature della nostra vita, compresa quella del leisure e del travel.

Tra questi effetti nei prossimi anni avremo una generale riduzione della capacità di spesa e della disponibilità a spendere (che non sono la stessa cosa), un aumento dei costi di trasporto ed una contrazione della disponibilità dei posti (anche per riduzione fisica dei vettori), ma soprattutto assisteremo a numerosi cambiamenti comportamentali dovuti prima ai diversi regimi di lockdown e poi ai diversi impatti del cosiddetto smart working.

 

Tutto questo ha modificato nelle nostre vite quello che in America chiamano "work life balance" e che hanno visto come effetti più evidenti le abitudini alimentari (a cominciare da un diverso approccio alla spesa), la qualità della vita (con un cambiamento delle dinamiche famigliari e nell'ambito delle relazioni aziendali), l'azzeramento dei tempi morti delle nostre giornate che spesso erano fonte di stress e costi (a cominciare dalla fine il pendolarismo).

Sono cambiate per sempre le vite di chi passava fino a 15-20 ore della propria settimana nella percorrenza casa lavoro, con esperienze di trasporto stressanti, una pausa pranzo compressa nel tempo e nella qualità, e il weekend visto come momento di fuga verso una destinazione must visitata con la stessa frenesia dei cinque giorni lavorativi da cui si scappava.

 

Ed è proprio nell’ambito agroalimentare che si vedranno gli effetti più importanti, perché si è tornati a concepire il food non più solo come momento nutrizionale per alimentarci, ma come esperienza trasversale, dove oltre ad una nuova percezione dei sapori si sono aggiunte nuove consapevolezze.

Dal rapporto qualità-prezzo delle materie prime, alla capacità di trasformarle per ottenere ricette diverse, dalla riscoperta di antichi saperi in cucina: pensate al boom della panificazione casalinga, della pasta fresca, dei mini orti in terrazzo, delle ricette della nonna e dello “spignattare” con la famiglia. Tutto questo sta dando vita ad un fenomeno, che io chiamo “plus food”, che riporta il cibo al centro delle nostre vite verso, una “work life balance” sempre più smart, nel rispetto dei nuovi principi della sostenibilità della produzione, del trasporto e dello scarto del cibo.

 

I più importanti player digitali hanno investito pesantemente nell'offrire esperienze a distanza e la pandemia ne ha sdoganato l'accesso da remoto: dalle riunioni, ad un concerto live, a una visita guidata, perfino alle degustazioni guidate, offrendo un assist formidabile all'unico turismo del gusto in cui non c'è tecnologia digitale (al momento) in grado di sostituire i cinque sensi che si scatenano di fronte a un buon piatto abbinato a un buon vino.

Anche per questo il “plus food” sarà l'effetto più evidente, ma non l'unico, del futuro cambiamento dove le destinazioni must, organizzate per ottenere il massimo ritorno economico con il minimo sforzo a fronte di una permanenza media massima di due giorni, rischiano di essere rimpiazzate dalle nuove destinazioni smart. Località che garantendo “esperienze intelligenti e sostenibili” potrebbero offrire periodi di permanenza plurisettimanali, dove coniugare le ferie con il lavorare in smart working, scoprendo ritmi, modalità e gusti diversi, con al centro le abitudini alimentari dei luoghi visitati (e davvero vissuti) alla ricerca del buono oltre che del bello.

Chissà, forse in futuro potremmo dire che “i viaggi sono i buongustai”.

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